| Per osare con Paolo la nostra vocazione
Paolo dà gambe al Vangelo. Sarà riconosciuto dalla Chiesa come Apostolo delle Genti. Gli varranno tale titolo i 16.500 km del suo percorso missionario.
Sulla strada di Damasco, gli occhi di Paolo annegano in un oceano di luce. Quando potrà riaprirli s’accorgerà che il suo sguardo è diventato capace di penetrare l’orizzonte. Gli appare, allora, il mondo come un’immensa distesa di volti da contemplare, di nomi da pronunciare, di corpi da stringere. Le strade non servono più solo ad unire un punto ad un altro. Sono per lui spazi d’incontro, traiettorie d’annuncio, percorsi d’anima, che disegnano il profilo bellissimo del volto di Gesù intravvisto nel velo della luce quel giorno, quando smise di essere Saulo.
Nella seconda lettera ai Corinzi, l’Apostolo, racconta di un’esperienza mistica nella quale gli fu dato di udire “parole ineffabili che non è possibile ad un uomo proferire” (12,4). L’apostolo ha accolto una Parola, che non può trattenere tra le pareti anguste del cuore. Egli percepisce con chiarezza che essa porta in sé l’esigenza irresistibile di risuonare sotto ogni cielo e, soprattutto, nel petto di ogni donna e di ogni uomo.
Non è una scoperta semplice per Paolo, si tratta di un’autentica inversione di rotta. Lui è “fariseo, figlio di farisei” (At 23,6), cresciuto nell’orgoglio della diversità di Israele, fiero della circoncisione e della legge, segni dell’elezione di Dio ed elementi che fanno l’unicità del popolo ebraico. Tutta la sua formazione si è consumata nell’opposizione noi-loro e in un contesto dove il contatto con i non circoncisi non è cercato, ma subìto ed è generatore d’impurità. I precetti della legge confinavano il pio ebreo in un recinto di regole alimentari e sociali. Il risultato era un incontro con l’altro condito da forti dosi d’ansia. “Separatevi dalle nazioni, non mangiate con loro, non agite come loro e non siate loro amici poiché le loro azioni sono impure e tutto il loro modo di vivere é immondo e cosa abominevole sono i loro sacrifici” – si legge nel Libro dei Giubilei (22, 16). Se l’accoglienza dello straniero di passaggio in Israele restava un valore, non era altrettanto naturale per un ebreo il farsi straniero in mezzo ai pagani. Liberarsi dal giogo dei pregiudizi e delle paure verso i non circoncisi è, per Paolo, una fatica ed una rinascita.
È vero che Gesù invia la prima volta i dodici con la consegna di rivolgersi “piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 10,6), ma è altresì vero che prende congedo da loro con l’invito ad andare in tutto il mondo e di annunciare il vangelo ad ogni creatura (Mc 16,15). Del resto, lo stesso Gesù, quante volte ha sentito l’esigenza di “andare all’altra riva”? E Pietro, dopo un’intera nottata buttato in un lago a non prender nulla, non ha forse riempito la barca di 153 grossi pesci, quando ha calato la rete dall’altra parte della barca, quella che lui non aveva scelto, quella che non aveva pensato potesse essere la parte giusta?
Paolo è l’uomo dell’altra riva, quella dove è possibile incontrare un’umanità chiusa in un recinto di morte, incatenata nella solitudine di un cimitero (cfr Mc 5,1-20). È umanità che vive un’esperienza ferita di Dio, senza paternità, senza fraternità o a paternità e fratellanza limitate. È umanità con cui Paolo può identificarsi, che comprende perché anche lui, a lungo, ha vissuto la stessa esperienza di “relazione ferita con Dio” lenita solo dal balsamo della legge. Solo il Cristo e il Cristo Crocifisso l’ha guarito, dischiudendogli l’orizzonte della paternità di Dio e della fraternità fino al dono di sé. Nulla potrà trattenerlo dal correre verso le genti. La passione per Dio lo spinge, ma anche quella per l’uomo. C’è una strada sola che raggiunge l’Alto e quella strada passa attraverso l’altro.
Don Amedeo Cristino
Qualche domanda per la nostra vita
Andare all’altra riva.
1. Quali spazi di primo annuncio del Vangelo ci sono intorno a me?
2. Quali ansie o timori nascono in me quando penso all’altra riva che attende di conoscere l’esperienza cristiana?
3. Le nostre comunità parrocchiali sentono l’esigenza di annunciare il Vangelo a coloro che sono in mezzo a noi e che ancora non conoscono Gesù?
4. Una volta si “andava verso la missione”; oggi, soprattutto per il fatto migratorio, la missione “viene verso di noi”; come prepararci alla missione “globale”? Quale contributo posso dare?
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