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Per osare con Paolo la nostra vocazione


C’è un punto fermo nella strategia missionaria di Paolo. Non vuole essere di peso a nessuno e decide di mantenersi con il lavoro delle sue mani. Tutto in lui è funzionale alla sua missione. Anche la scelta di essere tessitore di tende, mestiere compatibile con la sua itineranza: pochi utensili, leggeri e, quindi, facilmente trasportabili; professione che si può esercitare per strada utilizzando un semplice sgabello e un banchetto di appoggio; lavoro che non richiede manualità straordinaria a chi per anni ha maneggiato solo rotoli e pergamene.
Ma a ben guardare, Paolo sceglie di tessere tende, perché ritrova nei gesti di quel lavoro il senso del suo errare missionario. Fabbricare tende è mestiere biblico. Paolo ha avuto un illustre precursore in Mosè, chiamato da Dio a costruirgli una tenda nell’accampamento di Israele. Tessitore è arte che il Creatore stesso non ha disdegnato se il salmista deve riconoscere che Dio lo ha “tessuto nel seno” della madre (Sal 138,13). Sostanzialmente, si tratta, di far cuciture. Quel filo che passa da stoffa a stoffa, da un pezzo di cuoio all’altro, ricorda a Paolo la natura del suo vero “mestiere”. Creare legami, ricucire, tessere trame solide da un corpo all’altro, tra storie diverse, accostare i vissuti, stringere i cuori e renderli saldi in ordito di fraternità evangeliche. Tale è il senso della sua missione, di ogni missione evangelizzatrice.
Paolo è tessitore di comunità. Lo fa con il suo andare incontro alle città, con la sua parola, con il suo stare in mezzo alla gente, con le sue lettere piene di nomi, di situazioni, di passione, di rimproveri e di incoraggiamenti, di vita. La sua esperienza è l’attestazione che la cura delle relazioni è il primo dovere dell’evangelizzatore.
Se si deve annunciare l’arrivo di un circo o di una star può bastare un manifesto e qualche spot radiofonico o televisivo. Se si annuncia l’amore misericordioso dell’Abbà, il suo progetto di vita piena per tutti i suoi figli, il suo sogno di umanità-famiglia raccolta in orizzonte di fraternità, allora non si può prescindere dalla presenza fisica, reale, corporea. Si evangelizza, infatti, per contagio. Il Vangelo passa da carne a carne, da corpo a corpo, da sguardo a sguardo. La Buona Novella è parola inerme se non ha il tepore del respiro, l’umido della saliva, la plasticità di una presenza discreta ma certa. La Bella Notizia di Gesù diventa già Bella Realtà se passa come filo di tenerezza da un cuore all’altro edificando comunità poste nel mondo come mishkhan, tabernacoli, tende che Dio riempie della sua presenza.


       Don Amedeo Cristino


Qualche interrogativo per la nostra vita
Emmanuele: Dio-con-noi; Dio-al-nostro-fianco; è il nome di Gesù.
• Quale stile, quali atteggiamenti, quali linguaggi, le nostre parrocchie dovrebbero assumere per aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo a riconoscere il nome di Gesù, nome che è al di sopra di ogni altro nome?
• L’ascolto, la cura delle relazioni ti sembra una priorità nelle scelte pastorali e nella sensibilità dei pastori di comunità? Quali sono le difficoltà? Come assumere al meglio tali atteggiamenti?

 
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Riccarda 29-04-2009 10:41:35 Voto
Qualche interrogativo per la nostra vita Emmanuele: Dio-con-noi; Dio-al-nostro-fianco; è il nome di Gesù. • Quale stile, quali atteggiamenti, quali linguaggi, le nostre parrocchie dovrebbero assumere per aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo a riconoscere il nome di Gesù, nome che è al di sopra di ogni altro nome? R. Prima di tutto dovremmo conoscerlo noi Gesù. Quando si è innamorati, tutti ce lo vedono in faccia, quando si è entusiasti di qualche cosa, lo diciamo a tutti (soprattutto noi donne). Ieri sera (16 aprile) abbiamo avuto un incontro tra catechisti di due parrocchie (unico parroco) e parlando della Bibbia e della conoscenza di Dio abbiamo concluso che per conoscere una persona bisogna…stargli insieme. Nella Bibbia si può conoscere chi è Gesù, ma la conoscenza personale poi scaturisce dalla preghiera. Alla fine abbiamo concluso che troveremo dei tempi per leggere la Bibbia insieme e “conoscere” per poi amare e comunicare agli altri Gesù. • L’ascolto, la cura delle relazioni ti sembra una priorità nelle scelte pastorali e nella sensibilità dei pastori di comunità? Quali sono le difficoltà? Come assumere al meglio tali atteggiamenti? R. tutto vero, la cura delle relazioni (lo abbiamo scoperto sempre ieri sera che è bello incontrarci e conoscerci) però la difficoltà (non per noi laici, ma per i sacerdoti) è quella che sono straoberati di lavoro. Tra messe da dire (e tutti vogliono la messa all’ora giusta) funerali da fare (chissà perché quando in una parrocchia muoiono tre persone lo stesso giorno non fanno il funerale comunitario!) aggiornamenti, incontri zonali e diocesani col Vescovo, impegni dati nelle associazioni, ecc, ecc, i preti fanno fatica a incontrare “tranquillamente” la gente. Il mio Vescovo ha detto ai suoi sacerdoti di curare le relazioni con la gente e “ascoltare, ascoltare”, ma il mio parroco ci ha detto che, tra le due parrocchie, gli incontri zonali ecc, tra preti, l’impegno con la Caritas, i funerali e le messe, e trovare il tempo per il breviario, bisognerebbe avere il giorno di 48 ore, o forse più. Per assumere al meglio tali atteggiamenti forse si potrebbe educare i laici a fare loro quelle cose che a volte fa il prete, ma………..(sono un po’ cattivella) certi “posti” i preti non li mollano o non li fanno mollare. Gesù Cristo lo si comunica più con la vita che con belle parole. È come con i figli, si può dire tante cose, ma loro vedono i nostri comportamenti e imparano e interiorizzano di più con quelli che con le nostre prediche. ciao
 
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