Pontificia Unione Missionaria Contatti | Newsletter | Links
Home PUM News Sussidi Foto Video Download Adesioni
PROVOC@ZIONI 8 [ Indietro ] [ Commenti ] [ Foto ]
 
Anno sacerdotale:  Querce o Bonsai?

 

Il dono spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell'ordinazione non li prepara a una missione limitata e ristretta, bensì a una vastissima e universale missione di salvezza, « fino agli ultimi confini della terra » (At 1,8), dato che qualunque ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale della missione affidata da Cristo agli apostoli. Infatti il sacerdozio di Cristo, di cui i presbiteri sono resi realmente partecipi, si dirige necessariamente a tutti i popoli e a tutti i tempi, né può subire limite alcuno di stirpe, nazione o età, come già veniva prefigurato in modo arcano con Melchisedec. Ricordino quindi i presbiteri che a essi incombe la sollecitudine di tutte le Chiese

                                                                                               Presbyterorum Ordinis 10

 

La missione è dono del Risorto alla sua Chiesa. Egli traccia intorno agli apostoli gli ultimi confini della terra come orizzonte ordinario della loro esistenza. Il ministero presbiterale partecipa della stessa ampiezza universale della missione dei Dodici. Il seme della vocazione presbiterale, dunque, è seme di quercia, programmato per generare un fusto alto e rami che disegnino complesse geometrie sulla pelle del cielo. Il presbitero si occupa di comunità particolari. L’incardinazione fa sì che le sue radici affondino profondamente in una chiesa locale, ma la linfa che traggono da tale suolo è desiderio di Regno, sogno del Padre di vita piena per tutti i suoi figli, bisogno suo di sussurrare “Ti Amo” all’orecchio di ogni donna e ogni uomo sotto ogni cielo. Così, se le radici del ministero si legano saldamente al suolo di una comunità, il tronco è programmato per allontanarsi dalle radici, e i rami per stendersi ad abbracciare quanto più orizzonte possibile. Coloro che in una comunità popolano il quotidiano del presbitero, devono funzionare come la siepe del Leopardi, quella “che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude”. Il poeta può intuire le proporzioni dell’infinito proprio per la presenza di quella siepe, che impedisce alla vista di spaziare libera sull’orizzonte. Allo stesso modo, il recinto di volti dell’assemblea domenicale piuttosto che contenere lo sguardo del presbitero nello spazio angusto di una navata dovrebbe dilatarlo sul mondo, in accordo con le parole che pronuncia nella celebrazione: “Questo è il calice del mio sangue … versato per voi e per tutti. La missione nella sua dimensione universale è scritta nel dono spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell'ordinazione. Essi sono scelti ed inviati per l’annuncio del Vangelo. Così, quanti tra i preti si rendono disponibili alla partenza missionaria come Fidei donum, più che discernere nella loro vocazione originaria una seconda chiamata particolare, evidenziano con la loro scelta la ragione prima ed ultima del presbiterato. Al contrario, vivere la propria vocazione senza passione missionaria significa ridursi da quercia a bonsai: un albero da comodino con i rami distanti solo una manciata di centimetri dalle radici.

Viviamo un tempo che merita querce e non bonsai. È lontana l’epoca in cui potevamo distinguere tra evangelizzazione, riservata ad un manipolo di specialisti, e pastorale ordinaria, consegnata ai preti in cura d’anima. Il tempo di grazia che ci è dato vivere esige presbiteri e comunità evangelizzanti, capaci cioè di accompagnare il Vangelo fino al cuore stesso di una cultura. Presbiteri e comunità in ascolto continuo della Parola che il Padre ci ha consegnato nel Libro, ma anche di quella che quotidianamente pronuncia nella Vita dei piccoli e degli impoveriti. Presbiteri e comunità che sanno abbracciare in un unico sguardo il Crocifisso e il mondo, che tornano a narrare e a narrarsi Gesù, la sua morte e risurrezione come salvezza per il mondo, le sue parole come senso della vita e realizzazione piena dell’uomo. I tempi che corrono esigono chiese che sanno trasformarsi da luogo di riparo solido per coloro che da sempre le frequentano, in tende leggere che offrono speranza e salvezza ai troppi che da tanto o da sempre ne sono rimasti fuori. Questo richiede presbiteri e comunità cristiane in stato di esodo permanente, liberi dalla paura del nuovo, coraggiosi nello sperimentare, appassionati delle strade. Del resto, Lui di sé non ha detto che è Strada?

 

                                                                                  Don Amedeo Cristino

 
COMMENTI | Inserisci commento
16-12-2009 20:47:54 Voto
 
FOTO
Non ci sono altre foto per questo contenuto
 
 
Copyright 2009 PUM. Tutti i diritti sono riservati. creato da: