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Anno sacerdotale:  custodi del tempio o del corpo?

“Distruggete questo tempio ed io in tre giorni lo ricostruirò … parlava del tempio del suo corpo”
                                                                                                           Giovanni 2,19.21


   Sulla Croce l’ultimo respiro di Gesù riempie di Spirito il vento. In quello stesso istante, il Padre nel tempio lacera, dall’alto verso il basso, il velo del santuario. Quel tempio, orgoglio d’Israele, è vuoto. Deserte restano le pietre levigate dalla preghiera di generazioni e intrise del profumo degli incensi. Solo assenza risuona sotto  le volte impreziosite da legni pregiati. Jahvè è altrove, ormai. Un altro è il suo domicilio: quel corpo che, come il velo nel santuario, pende lacero e nudo sulla Croce. Jahvè non ha mai amato le pietre orgogliose e fredde di Salomone. Alla loro solidità ha, da sempre, preferito la leggerezza della tenda. Gesù è la sua dimora definitiva. La sua carne, quel corpo-tenda che ha tessuto nel segreto del grembo di Maria, quel volto desiderato da secoli, il suo sguardo che sa accarezzare, sono il solo santuario dove è possibile incontrare il Padre e sperimentare l’ instancabile suo farsi prossimo.

   Sono le donne, per prime nella comunità, a comprendere che la Chiesa è chiamata a prendersi cura del corpo del Signore. Il mattino di Pasqua vanno verso la tomba col cuore gonfio di pensieri tristi e le mani colme di unguenti. Vogliono occuparsi di quel corpo caro. Sentono il bisogno di lavare le sue membra, di versare balsamo sulle sue piaghe, di riempire di profumo i suoi capelli e quei piedi, che tanto han camminato. Quel mattino torneranno a casa con la gioia ritrovata nel cuore e una notizia stupenda sulle labbra: il corpo di Gesù è vivo per sempre, in cammino per sempre, con loro per sempre. La chiesa nascente fa esperienza di un corpo del Signore trasformato nella risurrezione, presente anche nell’assenza, conosciuto ma da scoprire continuamente, vivido di concretezza eppure impalpabile come vento. Riflette, allora, su quel corpo e su ciò che sta sperimentando. Ripercorre le parole del Maestro ed i gesti che ha condiviso con Lui. È, soprattutto, nell’esperienza forte del pane-corpo spezzato e condiviso in memoria di Lui, che ritrova l’evidenza della sua presenza. Poco a poco prendono senso le parole di Gesù nel lungo addio del giovedì santo e ripetono: “Io in voi e voi in me”. Parole dolcissime che li aiutano a percepirsi come comunità-corpo, comunità-presenza del Cristo. Infine, la Chiesa comprende sempre meglio che anche i piccoli e i poveri sono corpo del Signore. Lui stesso, infatti, aveva detto che, nel bene e nel male, ciò che è fatto sui loro corpi Egli lo sente nella sua stessa carne. Se il corpo di Gesù è tempio, allora il pane spezzato in memoria di Lui, la comunità riunita in fraternità nel nome Suo e gli impoveriti sono santuario in cui offrire il vero culto: quello settimanale della preghiera nella frazione del pane, quello sempre faticoso della comunione da costruire nella comunità, quello feriale della carità nei poveri.

   La lacerazione del velo del tempio segna una cesura, uno strappo nella tradizione sacerdotale. C’è ormai un sacerdozio prima di Cristo ed uno dopo di Lui. Il servizio nel santuario esigeva una precisa identità sacerdotale. Il tempio è frutto di separazione. È uno spazio sottratto al quotidiano, un recinto sacro da custodire puro, da preservare da ogni contaminazione che ne comprometterebbe l’efficacia. Il tempio è solido e fermo. È il punto verso il quale convergere. È luogo di certezze e non spazio di dubbi, di regole chiare da osservare, di conferme tranquillizzanti. Se il tempio diventa corpo, il cambiamento non è solo dalle pietre alla carne, ma anche dal minerale all’umano, dal sacro al santo, dal custodire al prendersi cura, dall’immobile al cammino, dall’immutabile al cangiante, dalle certezze alla ricerca, dalla ripetizione perenne degli stessi gesti alla scoperta continua. Il sacerdozio inaugurato da Gesù è chiamato a vivere questi passaggi, autentiche pasque di liberazione. In spirito esodale, può solo ritrovare leggerezza di passo, perché non è più posto a custodia di un tempio, ma alla cura di un corpo da raggiungere continuamente, da riconoscere ogni giorno, da scoprire perennemente.
       

                                                                                                    Don Amedeo Cristino

 
COMMENTI | Inserisci commento
Carla 26-01-2010 08:47:54 Voto
E' bello l'invito a cercare l'essenziale che è Gesù, anche nelle celebrazioni, nella vita quotidiana e soprattutto nel volto e nella vita di ogni fratello.
31-01-2010 17:18:53 Voto
sono le donne a prendersi cura deicorpi dell'umanità spesso sola e tradita. Sono le donne che Lo riconoscono, perchè i loro occhi sono abituati a vedere nel buio, a riconoscere bisogni, a sentire sussurri. Sono le donne che hanno sempre e comunque, anche rispetto alla morte, il coraggio di andare "oltre" e di vedere AMORE e VITA Grazie per l'amore che le tue provocazioni sprigionano per il Tuuo Signore e nostro Dio. cleonice
 
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